Uno psicoanalista e un’antropologa analizzano il kamikaze come paradigma estremo dell’azione sociale. I kamikaze usano l’autodistruzione per disgregare il tessuto sociale del nemico. Sembrano avere obiettivi razionali (ad esempio un bersaglio militare), ma i loro obiettivi reali sono a) il vincolo sociale del gruppo nemico, che deve essere disintegrato attraverso il terrore generato dal loro comportamento non prevedibile e inquietante; e b) il vincolo sociale del loro gruppo anomico, che deve essere riportato ad uno stato originario e mitico di coesione assoluta grazie al loro sacrificio. Il kamikaze è in questo senso la quintessenza dell’attore sociale, l’individuo reso diafano alle sue funzioni sociali. Le tesi esplorano le diverse sfaccettature del kamikaze: la sua selezione, la sua ‘carriera’ sociologica, la sua psicologia, la sua relazione col tempo e con lo spazio, le aporie del suo corpo, la struttura sacrificale e la razionalità del suo gesto (il suo 'spreco' di se stesso). Una tesi specifica analizza i paradossi del kamikaze donna, che inverte alcune delle caratteristiche costitutive del kamikaze maschio: l'eguaglianza delle opportunità conseguita tramite l'autodistruzione continua a nascondere massicce differenze di genere.